venerdì 17 giugno 2011

Diritti Globali 2011: L’insostenibile pesantezza del modello dominante (Rassegna)

La copertina del Rapporto 2011Per dirla con il sociologo Edgar Morin: «Salvarsi dalla catastrofe è improbabile, perciò ci spero» (“La Stampa”, 27 marzo 2011). È un po’ questo il senso dei colori della copertina del Rapporto sui diritti globali di quest’anno: un blu intenso e predominante ci dice delle difficoltà di un mondo alle prese con la crisi globale, con la disumanità delle guerre, dei terrorismi e delle violazioni dei diritti, con la devastazione ambientale che sembra conoscere ripensamenti troppo lenti e timidi; ma c’è anche un punto di verde che si affaccia e reclama un’incerta speranza, che allude a un orizzonte di futuro possibile, più degno e giusto per tutti. C’è il colore cupo del cimitero liquido che inghiotte a migliaia nel Mediterraneo e nel Canale di Sicilia uomini, donne e bambini in fuga e c’è il pallido verde del sogno di una vita desiderabile negli interstizi della Fortezza Europa. C’è lo scuro della privazione della libertà e del domani, della fame, della sete, della rapina delle risorse, del sottosviluppo e c’è il tenue ma tenace verde della liberazione e della rivolta che s’impongono al mondo e rovesciano i tiranni.

  • L’osceno mestiere delle armi

Il Maghreb ci ha insegnato, giacché lo avevamo dimenticato, che ribellarsi è giusto e talvolta diviene possibile. Assieme, ci ha mostrato come, ancora e sempre, le grandi nazioni, l’Europa e le organizzazioni mondiali siano incapaci d’interposizione positiva e scelgano sempre la scorciatoia (spesso interessata) dell’intervento militare. La guerra è una moneta che non va mai fuori corso. Anche in quest’anno l’abbiamo vista all’opera con le consuete -e micidiali- caratteristiche in Iraq, in Afghanistan e, ora, in Libia; oltre che nei tanti focolai e incendi minori sparsi per il mondo e, in particolare, nel continente africano.

Il Novecento, secolo breve e insanguinato, ha traghettato nel nuovo millennio inalterate volontà di potenza e strumenti bellici più raffinati ma non meno mortiferi. Strumenti più raffinati non tanto in virtù dei giganteschi progressi (meglio in questo caso sarebbe definirli regressi) tecnologici: non più guerre di uomini contro uomini, di soldati contro soldati, ma cinici e oltremodo distruttivi war games truccati dall’inizio, proprio come per la «pistola fumante» di Saddam Hussein; quanto per la cortina fumogena e propagandistica con la quale se ne sono oscurati totalmente gli effetti, con la macelleria scomparsa dai video e occultata dall’informazione embedded, nobilitata dalla vergognosa retorica di certi editorialisti e dal doloso rovesciamento di senso delle parole, che definisce umanitari la distruzione e l’eccidio. Alla violenza delle armi si intreccia così, sapientemente, quella della torsione della verità. Violenta e vile anch’essa.

Che la guerra sia cinica e che le parole tentino di mascherarne la vera essenza e la cruda sostanza, del resto, non è storia di oggi. Alle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e 9 agosto 1945 erano stati dati i vezzosi nomignoli di Little Boy e Fat Man. I morti furono oltre mezzo milione, tra quanti morirono subito e quanti in seguito, per effetto delle radiazioni. Praticamente tutti civili. Una strage forse più infame delle tante altre, poiché non motivata da strette esigenze belliche quanto dalla volontà di testare le nuove armi e di ammonire l’alleato-nemico sovietico. Un esperimento in corpore vili, come si dice, ma in questo caso la viltà stava in chi premette quei pulsanti e ancor di più in chi decise che venissero premuti. Per quell’immane crimine non ci fu nessuna Norimberga. I vincitori, oltre che la propria forza e il nuovo ordine, impongono difatti anche la nuova morale e il proprio diritto.

Allo stesso modo, ieri e oggi nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, si testano nuovi armamenti e si smaltiscono i vecchi arsenali obsoleti, così da poterli nuovamente ricostituire ammodernati; costa difatti meno smaltirli impiegandoli sul campo: la vita umana, fatta diventare merce, è quella che vale meno di tutte. La guerra odierna delle grandi potenze è, eminentemente, “esternalizzata”: aggressione di privati armati (mercenari nobilitati con il nome di contractor) contro civili disarmati (mistificati con il marchio di terroristi, il più delle volte a torto). Guerra dell’Occidente contro i Sud del mondo. Guerra delle multinazionali per l’apertura di nuovi mercati. Guerra di governi e coalizioni mossi dalla necessità di garantirsi accesso a risorse energetiche e materie prime strategiche. Addirittura, guerra scatenata semplicemente dalla necessità di rinverdire la propria immagine per fini elettorali e di consenso, come nell’accelerazione imposta da Nicolas Sarkozy all’intervento e ai bombardamenti dei “volenterosi” (sic!) in Libia.

In quei giorni, mentre persino “grandi vecchi” della sinistra italiana appoggiavano l’intervento bellico contro Muammar Gheddafi, la parola più appropriata l’ha pronunciata, e tra i pochi, un ministro leghista: neocolonialismo. Nel caso di Roberto Calderoli si è trattata di una forma, assai poco credibile, di razzismo-pacifismo. Ma non di meno il termine utilizzato appare pertinente. La guerra ha assunto (o, più probabilmente, ha sempre costitutivamente avuto) la fisionomia propria della finalizzazione colonialista, vale a dire del depredamento di risorse e ricchezze, ora con particolare centralità di quelle energetiche, di posizionamento e di protezione di interessi geostrategici. Quando possibile, ciò avviene attraverso un combinato disposto di macrospeculazioni finanziarie e di azione convergente di Banche centrali, governi e istituzioni sovranazionali. Illuminante di questa tecnica (solo in apparenza priva di effetti letali) il caso della Grecia, dove dietro alla facciata degli “aiuti”, è passata la subordinazione del presente e del futuro di quel Paese a decisioni esterne e sinanche il pregiudizio di sue porzioni di territorio, poste a pegno della (impossibile) restituzione del debito, laddove peraltro il credito è cedibile a terzi. Quando, per ragioni diverse, il “colonialismo dolce” non può avanzare in punta di deliberati finanziari e di subordinazione di esecutivi e leadership locali agli interessi delle corporation, si torna ai più antichi e collaudati sistemi, alla punta delle baionette, vale a dire all’occupazione fisica, come in Iraq e Afghanistan o ai protettorati e ai “governi-fantoccio” a presidio e garanzia degli interessi occidentali. Esemplare al riguardo il ruolo e la diretta ingerenza avuti dalla Francia, ad aprile 2011, nella crisi interna della Costa d’Avorio, ex colonia dove gli interessi francesi sono tuttora assai cospicui, sino alla cattura e deposizione del “presidente illegittimo” e divenuto sgradito Laurent Gbagbo.

Anche qui, poco di nuovo: le politiche del bastone e della carota, dei governi amici, dei golpe e dell’intervento militare sono gli strumenti utilizzati nel corso del Novecento nel risiko planetario dalle due superpotenze di allora, dagli USA nel “cortile di casa” latino e centro americano e dall’URSS nell’Est Europa e da entrambe in Africa, Medio Oriente e Asia.

Ora i rovesciamenti, traumatici o “dolci”, dell’ordine esistente non si chiamano più golpe o guerre coloniali ma con gli ossimori “guerre umanitarie” o “missioni militari di pace”: le intenzioni e i risultati non sono dissimili. La differenza è che a quel tempo gli interessi perseguiti erano quelli, appunto, di potenza degli Stati che si erano divisi il mondo; oggi sono eminentemente quelli delle grandi multinazionali. D’altra parte, è forse necessario anche qui provare a riportare le parole al loro reale significato. Appare, in effetti, arduo considerare e definire come guerra la pratica dei bombardamenti aerei, che è divenuta la costante. A rischio zero per chi la compie e oltremodo devastante per chi ne è vittima. Persino il terrorismo comporta rischi e conseguenze per i suoi autori. In questo caso, invece, la sproporzione è evidente. Non c’è qui bellum né duellum, non c’è neppure l’osceno mestiere delle armi: c’è solo la supremazia dei missili e dei sistemi elettronici, degli investimenti multimiliardari dei governi e degli immani profitti delle lobby transnazionali. La definizione appropriata di tutto ciò sarebbe quella di stragismo su vasta scala.

  • La catena di montaggio della morte

Secondo i dati dell’osservatorio mensile sulle vittime dei conflitti, pubblicati nel nuovo periodico di Emergency, “E – il mensile”, solo dal 10 febbraio al 10 marzo 2011 vi sono state 2.544 vittime disseminate in 20 Paesi. In testa alla triste lista l’Afghanistan, con 550 morti e il Pakistan con 404. La Libia ancora non era conteggiata. Si tratta di cifre sicuramente inferiori alla realtà, poiché provenienti solo dalle rilevazioni sul campo di organizzazioni umanitarie e da fonti di stampa, ma sufficienti a fare comprendere gli effetti delle ingerenze umanitarie e degli squilibri mondiali. Vale anche qui il cinico rovesciamento della realtà e del nome delle cose. “Missioni di pace”, invocate in nome della difesa delle popolazioni civili dalle violenze di satrapi e dittatori, si sono regolarmente (e inevitabilmente: di questo occorrerebbe che si rendessero conto i sostenitori in buona fede dell’intervento in Libia o, prima, in Bosnia) tradotte in una crescita esponenziale proprio di quel genere di vittime. Relativamente all’Afghanistan, nel solo 2010, le organizzazioni umanitarie hanno registrato 2.777 vittime civili, in aumento del 15% rispetto all’anno precedente (ma per i bambini la crescita delle morti è stata addirittura del 66%). Di almeno 440 di queste vittime sono responsabili le forze di sicurezza afghane e le truppe internazionali “di pace”.

Ancora più grave il quadro dell’Iraq, dove il bilancio di Iraq Body Count dall’inizio del conflitto nel 2003 all’aprile 2011 indica in oltre 100.000 le morti civili. Sicuramente neppure Saddam Hussein, con lo sterminio dei kurdi e degli oppositori, sarebbe riuscito a tanto. Pure l’Italia ha fatto la sua parte, spendendo peraltro in questa guerra sinora oltre tre miliardi di euro. Certo assai meno degli USA, il cui budget 2011 per la Difesa (che sarebbe invece proprio chiamare spesso per l’Offesa) è di 725 miliardi di dollari, di cui circa 200 per le missioni in Afghanistan e Iraq.

La guerra, insomma, oltre a non essere mai giusta e mai necessaria, non difende i civili, ma contribuisce a ucciderli e a esporli ancora di più alla spirale della violenza. Sono altri gli strumenti. Ma il gioco, ormai collaudato, è quello di lasciare degenerare a tal punto la situazione che non si rendano più praticabili soluzioni politiche e diplomatiche, di interposizione e pressione, di mediazione e trattativa. Allora si dice: non c’è altra soluzione dell’intervento militare. Invece, le soluzioni alternative c’erano e ci sono sempre. Basta porsi in quell’ottica e zittire le pressioni interessate delle lobby. E magari destinare alle alternative anche solo una piccola parte della montagna di risorse economiche impiegate per le opzioni belliche.

Del resto, al di là di ogni valutazione nel merito e dei possibili -e anzi necessari- distinguo, è paradossale che il premio Nobel per la pace sia stato assegnato al presidente di uno Stato mentre questi era in guerra su più fronti. E’ anche questa distanza tra le cose e il nome a esse attribuito dall’opinione e dalla morale dominante che determina l’esteso e crescente -preoccupante sotto il profilo democratico- sentimento di repulsa per la politica.

Di Sergio Segio, coordinatore del “Rapporto sui diritti globali 2011″ | Volontariato Oggi
(scarica l’introduzione completa)

La base segreta degli Stati Uniti per le guerre in Africa e Medio oriente

Piano della Cia. Secondo le rivelazioni di un funzionario dell’agenzia di spionaggio statunitense citato dal New York Times, gli Usa stanno costruendo una base aerea per lanciare attacchi nello Yemen con droni armati.

MANLIO DINUCCI*

Roma, 17 giugno 2011, Nena News Mentre i raid aerei sulla Libia sono saliti a 11.500 e il segretario generale della Nato Rasmussen chiede agli alleati più spese militari e maggiore impegno nella guerra, il conflitto si propaga nella regione mediorientale e nordafricana in forme meno visibili ma non per questo meno pericolose, aprendo in continuazione nuovi fronti. La Cia – informa un funzionario dell’agenzia di spionaggio statunitense citato dal New York Times – sta costruendo una base aerea segreta in Medio Oriente per lanciare attacchi nello Yemen con droni armati. Sono i Predator/Reaper (già in azione in Afghanistan, Pakistan e Libia), armati di 14 missili Hellfire e telecomandati da una base in Nevada a oltre 10mila chilometri di distanza.

Da quando è entrato in carica, «il presidente Obama ha drasticamente aumentato la campagna di bombardamento della Cia in Pakistan, impiegando droni armati», gli stessi che verranno usati per «espandere la guerra nello Yemen». L’amministrazione democratica li considera «l’arma preferita per cacciare e uccidere militanti in paesi dove non è praticabileuna grossa presenza militare americana». Nello Yemen, è attualmente in azione il Comando congiunto per le operazioni speciali (Ussocom), assistito dalla Cia e autorizzato dall’esecutivo di Sanaa. Ma, data la «fragilità di questo governo autoritario », l’amministrazione Obama è preoccupata che un futuro governo non sia in grado, o disposto, a sostenere le operazioni statunitensi. Per questo ha incaricato la Cia di costruire la base segreta in una non-identificata località mediorientale, così da intraprendere «azioni coperte senza l’appoggio del governo ospite». Ciò conferma che l’amministrazione Obama sta intensificando la guerra segreta in tutte le sue varianti. Come dichiara ufficialmente lo Ussocom, essa comprende: azione diretta per distruggere obiettivi, eliminare o catturare nemici; guerra non-convenzionale condotta da forze esterne, addestrate e organizzate dallo Ussocom; controinsurrezione per aiutare governi alleati a reprimere

una ribellione; operazione psicologica per influenzare l’opinione pubblica straniera così che appoggi le azioni militari Usa. Queste operazioni vengono condotte basandosi su tecnologie sempre più avanzate. Rientra in tale quadro la decisione dell’amministrazione Obama, resa nota dal New York Times, di creare su scala globale «reti ombra di Internet e telefonia mobile che possano essere usate dai dissidenti per aggirare la censura governativa». Il Pentagono e il Dipartimento di stato vi hanno investito finora almeno 50 milioni di dollari. Esse vengono realizzate per mezzo di speciali valigette che, introdotte in un determinato paese, permettono di comunicare con l’estero attraverso computer e telefoni cellulari, in modalità wireless e in codice, evitando controlli e divieti governativi.

La motivazione ufficiale di Washington è «difendere la libertà di parola e allevare la democrazia». Ben altri gli scopi. Le reti ombra, fornite solo ai gruppi dissidenti utili alla strategia statunitense (in Siria, Iran e altri paesi) e controllate da Washington, sono le più adatte a diffondere sui media notizie fabbricate, per operazioni psicologiche che preparano l’opinione pubblica a nuove guerre. Nena News

* questo articolo e’ stato pubblicato il 17 giugno 2011 dal quotidiano Il Manifesto

Libia, tanti rischi e pochi soldi: finiamo questa guerra inutile.

Dice Roberto Maroni che possiamo ben risparmiarceli i soldi delle bombe sulla Libia e degli immigrati dalla Libia, visto che da quella missione pantano gli americani che ci avevano chiesto di partecipare si stanno già defilando ufficialmente, accusandoci anche di negligenza. Ha ragione, possiamo ben essere d’accordo con il ministro dell’Interno (e col governatore Formigoni) noi che sulle pagine di Libero l’abbiamo chiamata fin dal primo giorno una guerra da pazzi, noi che, per la verità in scarsa compagnia, cito giusto Souad Sbai, parlamentare che quel mondo lo conosce come pochi e che si è esposta subito, l’abbiamo scritto manco avessimo la sfera di cristallo, ma si chiama buon senso, che era una avventura stupida quanto avida, priva di tattica, strategia, progetto politico. Francia e Inghilterra a caccia di petrolio e di riscatto dalle figuracce in Tunisia e in Egitto si sono buttati, con l’appoggio della nuova politica internazionalista di Barack Obama in una guerra che non va da nessuna parte; la Germania saggiamente ha fiutato la trappola antieuropea partita da Washington e ha detto di no; l’Italia, che pure ben sapeva come le sedizoni di Bengasi non vadano scambiate con rivolte nazionali, l’Italia che con il dittatore aveva faticosamente e abilmente raggiunto un accordo di grande utilità sul contenimento degli sbarchi e ottimi affari in Libia, ha provato a resistere, poi ha ceduto alle pressioni. La collocazione geografica forse in parte obbligava, ma qualcuno prima o poi ci rivelerà il contenuto della famosa telefonata partita dalla casa Bianca verso Palazzo Chigi, qualcuno ci racconterà il ruolo del Quirinale, l’entusiasmo per le bombe “umanitarie”, e tanti altri dettagli inspiegabili. Se poi dovesse venir fuori che alla vigilia dell’attacco sferrato da Sarkozy senza preavviso né autorizzazione Nato, Gheddafi stava veramente trattando un passaggio di poteri che avrebbe potuto essere indolore, allora l’intrigo internazionale sarebbe veramente servito.

Il punto ora è se e come uscirne, possibilmente contenendo le perdite economiche e di sicureza nazionale. Il sottosegretario alla Difesa Usa, Robert Gates, uno che ha attraversato epoche e presidenti, dal Vietnam all’uccisione di Bin Laden, uno che ha dominato nei circoli realisti di Bush Padre, in quelli neoconservatori di Bush figlio, per approdare al pasticcio di Obama, nei giorni scorsi, parlando dell’intervento della Nato in Libia, ha spiegato che «è dolorosamente evidente che le lacune di investimenti e la mancanza di un largo consenso politico possono compromettere la possibilità di condurre una campagna militare integrata, efficace e duratura». Per lui l’Alleanza è a due velocità, visto che due terzi delle spese militari vengono pagate dai contribuenti americani i quali potrebbero «perdere la pazienza».

Certo è che In Libia, la missione "Comando Unificato" ha già superato i limiti prefissati e non ha prodotto il risultato di sconfiggere il Colonnello Gheddafi. L’esercito lealista resiste, gli insorti si sparano soprattutto sui piedi e in aria, coordinamento delle operazioni, fornitura di armi, addestramento, bombardamenti dall’aria non servono. Gheddafi si fa vedere e gioca a scacchi, come ha fatto giustamente notare Maroni, nel senso che ci prende in giro e ci manda anche a dire, a noi italiani, che con tutti è pronto a trattare tranne che con il traditore Berlusconi e il suo uomo Frattini.

Naturalmente qualche ragione a prendersela con l’Europa Gates ce l’ha. Gli europei hanno costruito i loro costosi sistemi di welfare inghiottendo i fondi destinati alla Difesa. Insieme, gli eserciti di Londra e Parigi non fanno quello israeliano, Sarkozy gioca alla grandeur indipendente, ma il budget dei francesi è appena il 6 per cento di quello americano, e il 7 quello degli inglesi. Anche  l’Italia per riuscire a far lavorare, il centro delle operazioni aeree richiede un aumento di specialisti provenienti in larga parte dagli Usa. Ma anche il Presidente Democratico sta seguendo una politica interna fatta di alta spesa pubblica e forti investimenti federali a svantaggio del budget militare, centinaia di miliardi di dollari in tagli al Pentagono nei prossimi 12 anni. Gates non è d’accordo, teme il rischio degli anni settanta e degli anni novanta, sempre presidenti democratici erano, e contesta i tagli lineari di Obama. Molti rischi, pochi soldi, grande confusione politica, tra l’Europa divisa e debole e un America in campagna elettorale. Perché allora cascare nella trappola di una guerra inutile a Gheddafi? Già, perché?

di Maria Giovanna Maglie | Libero

martedì 14 giugno 2011

SABATO 17 GIUGNO ✮ KIZOMBA ROMANA - WHITE NIGHT ✮ | CAFE CRETCHEU |

Quando: Venerdì 17 giugno 2011 | dalle 22:3 alle 4:00 |
Dove: Cafè Cretcheu | Via Ancona 13, 00198 Rome, Italia |

MOMENTI DI KIZOMBA ROMANA

- ✮✮WHITE NIGHT✮✮ -

 Kizomba Romana - white party-in-roma3 
✮✮TUTTI VESTITI DI BIANCO PER NOTARSI NELLA NOTTE✮✮
- Evento su Facebook -

SPECIALE EVENTO dalle 22:00 till late!
al Cafè Cretcheu, in via Ancona 13, 00198 Rome - Piazza Fiume/Porta Pia

Insieme per:
* Kizomba vs Zouklove
* Reggaeton vs Hip Hop
* Salsa vs * R&B
* Kuduro
* Soukuss
* Dance vs 80\90 style
* Reggae
*Coupe Dekale & much more.

WORLD MUSIC ON YOUR HEART!

Entrata è gratis con obbligo di consumo, E D'ALMENO UN CAPO DI ABBIGLIAMENTO BIANCO.
- Si mangiano degli stuzzichini ed altri cibi tipici.

LA NOSTRA FORMULA:
Ricominciamo dal Cafè Cretcheu. Questa è la nostra via. Puntiamo a creare momenti di amichevoli incontro dove vivere intensamente il ritmo della Kizomba e degli stili targati (Afrolatin sound ).

=> Tutti i venerdì ci troveremo al Cafè Cretcheu, come amici e come amanti del divertimento. L'ambiente lo costruisci tu, porta con sè i tuoi amici e amiche.
Vieni a vedere !

ATTENZIONE
[ I nostri amici sono sempre educati e cortesi sia fuori che dentro al locale! ]
[ Si consiglia di arrivare presto altrimenti che senso c'è arrivare alla fine della serata.]
[ Tutti sono invitati a creare un ambiente famigliare, amichevole, e molto "kizombeiro". Tutti sul palco a ballare!]

Ulteriore informazione:
a) Cliccare su “Invita persone a partecipare” dal menu a destra.
b) Selezionare tutti i tuoi contatti
c) Clicca su “Invia Inviti”
+ siamo e + ci divertiamo!

Kizomba Romana - white party-in-roma-
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Per info: 320.5320188 | 338.4994766 | 3490841557
Non mancare, perderesti davvero una bella serata!

Kizomba Romana Eventi & Cafè Cretcheu
FACEBOOK: http://www.facebook.com/event.php?eid=136082836413742
KIZOMBA & ZOUK IN ROMA: http://www.facebook.com/kizomba.romana

Primavera Araba: La scommessa democratica “Voglio essere ottimista”

Sappiamo di essere testimoni della Storia, ma di una storia scritta in avanti, non all’indietro. Cerchiamo disperatamente un esito felice, ma non siamo pronti a scommettere la fattoria di famiglia sulla sua riuscita.
Voglio essere ottimista circa lo sconvolgimento del mondo arabo e sui suoi esiti.
In effetti, voglio essere disperatamente fiducioso. Dopo tutto, se le cose dovessero davvero andare nella direzione giusta, un’intera regione potrebbe finalmente iniziare a godere delle benedizioni delle democrazie fiorenti e della tutela dei diritti umani. Come Immanuel Kant affermava nella sua opera “La pace perpetua”, le società “rappresentative” o “repubblicane” tendono a non muoversi guerra a vicenda.
Il migliore esempio moderno di questo fenomeno è l’Europa del dopoguerra. L’Unione Europea, nonostante tutti i suoi problemi ha dimostrato di essere il progetto di pace più ambizioso e di successo della storia contemporanea.
Guardando al mondo arabo negli ultimi sei mesi, stiamo assistendo all’inizio di un processo che potrebbe portare nella stessa direzione generale, o a qualcos’altro?
Francamente, nessuno può ancora dirlo.
Ricordiamo, per cominciare, che nessuno prevedeva la rivolta, iniziata in Tunisia. E anche quando gli eventi hanno cominciato a svolgersi, sono stati fatti molti passi falsi. Nel frattempo, i media cercavano di dare un senso a eventi che non avevano in alcun modo previsto, e avevano bisogno di sfornare analisi e spiegazioni agli utenti affamati di notizie a ciclo continuo.
Troppo spesso, i media hanno ceduto alla tentazione, incredibilmente semplicistica, di quella che io chiamerei “informazione binaria”. Quando il presidente egiziano Mubarak è stato infine ritenuto “cattivo”, per definizione, coloro che si opponevano a lui erano presunti “buoni”.
Stessa storia in Libia: se il colonnello Gheddafi era “un peccatore”, poi ovviamente chi cerca di scacciarlo, chiunque essi siano, devono essere per forza dei “santi”.
Ma col tempo si scopre che non è poi così semplice. Il contrario di “despota”, in situazioni del genere, potrebbe essere “democratico”, ma non necessariamente.
L’esempio più eloquente è l’Iran. Agli inizi del 1979, gli Stati Uniti e altri avevano concluso che lo scià, che il presidente Carter aveva in precedenza lodato come “un’isola di stabilità”, doveva andarsene. L’ipotesi era che chiunque l’avesse sostituito, sarebbe stato sicuramente migliore.
Salvo poi scoprire che non era così, ma il costo del giudizio sbagliato, per sottolineare ciò che è dolorosamente ovvio, si è rivelato molto alto.
Questo aiuta a spiegare perché Israele ha assunto un profilo insolitamente basso, adottando un atteggiamento attendista.
L’Egitto è lo scenario più grande. C’è molto in bilico: un accordo di pace in vigore dal 1979; le importazioni di gas egiziano; la politica nei confronti dei vicini di Gaza governata da Hamas; il ruolo dei Fratelli Musulmani nella politica egiziana, e più ampie considerazioni strategiche.
La Siria è un altro scenario di primario interesse strategico, naturalmente.
Se il presidente Assad riuscirà a mantenere il potere con la sua forza micidiale, che cosa desumerà dagli ultimi mesi? Accoglierà la necessità di una riforma, come qualcuno potrebbe ancora sperare vanamente, o forse tenterà di creare dei diversivi, come abbiamo visto il 15 maggio scorso e ancora pochi giorni fa, coinvolgendo, per esempio, Israele, nel tentativo di reindirizzare la rabbia nazionale? E se perderà il potere, chi lo sostituirà? Ci sono dei democratici jeffersoniani in attesa dietro le quinte tra la maggioranza sunnita? Ne dubito.
E l’elenco potrebbe continuare. Soprattutto, la Giordania, con cui Israele condivide la sua frontiera più lunga, la cooperazione per la sicurezza e un patto di pace, sarà capace di restare stabile, o affronterà anch’essa diffuse proteste destabilizzanti? La democrazia non è un processo che si esaurisce in una notte.
Richiede anni, in realtà decenni, di paziente e tenace coltivazione. Ha bisogno di penetrare ogni aspetto di una società - dalle scuole alla magistratura, dai media alla società civile, dalle urne ai militari. Sì, deve pur cominciare da qualche parte, ma pensare che possa essere trapiantata immediatamente in società che non hanno familiarità con i suoi principi fondamentali, o che possa realizzarsi mediante un processo lineare che salti allegramente di pietra miliare in pietra miliare, significa sottovalutare il percorso o il suo attuale punto di partenza.
I gruppi ebraici americani possono contribuire a nutrire questo processo, soprattutto, sollecitando un impegno americano continuo, non episodico, e l’analisi realistica dei comportamenti.
Ma, per quanto strano possa sembrare, l’unico paese nella regione più pronto a fare il salto potrebbe essere l’Iran.
Oggi suona inverosimile, ma forse non è proprio così. L’Iran ha una forte comunità di uomini d’affari, una classe media vibrante, un’esplosione demografica di giovani irrequieti, un forte movimento femminista e una diaspora attiva. Quanto potrà ancora andare avanti il regime teocratico corrotto, venale e repressivo prima che cada? Prima o poi cadrà, così come cadde l’Unione Sovietica.
E questo potrebbe davvero cambiare i giochi.
E allora guardiamo, aspettiamo e ci interroghiamo.
Sappiamo di essere testimoni della storia, ma di una storia che viene scritta in avanti, non all’indietro.
Stiamo disperatamente cercando un esito felice, ma non siamo ancora pronti a scommettere la fattoria di famiglia sulla sua riuscita.
Vogliamo essere coerenti nel nostro approccio, ma ci rendiamo conto che la coerenza potrebbe farci finire nei guai. Vogliamo, per esempio, difendere le vittime della repressione di stato, ma temiamo un maggiore coinvolgimento in Libia o, similmente, qualsiasi coinvolgimento diretto in Siria. Vogliamo essere dalla parte della democrazia, ma sappiamo che se, per esempio, oggi il Bahrain cedesse alla sua maggioranza sciita, l’Iran potrebbe uscirne vincitore.
Così come auspichiamo una nuova era in Egitto, ma temiamo che ciò stravolga le politiche fondamentali di Mubarak su Israele e sugli Stati Uniti, e che l’islamismo prevalga.
Tutto questo ha bisogno di una diplomazia agile da parte degli Stati Uniti, dell’eterna vigilanza da parte di Israele e di una riflessione approfondita da parte degli ebrei americani.
E anche se non è una strategia, se qualcuno volesse metterci un extra di speranza per buona misura, io, per esempio, non mi opporrei.

di David Harris
Direttore esecutivo American Jewish Committee
www.ajc.org

(traduzione di Carmine Monaco)

Fermare l’aggressione contro la Libia! (Subito)

La nostra guerra di Libia continua, nella piena illegalità con cui è cominciata.

L’abbiamo fatta sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che viola la Carta delle Nazioni Unite, perché la Libia non stava affatto minacciando la pace e la sicurezza internazionale.

L’abbiamo fatta sulla base di un’ondata di informazioni false che non sono state mai verificate: non c’erano i 10 mila morti, non c’erano le fosse comuni; non ci sono mai stati bombardamenti su manifestazioni civili.

Migliaia di missioni di bombardamento della Nato, cui noi partecipiamo, hanno già prodotto centinaia di morti di civili. Noi uccidiamo e non proteggiamo.

Siamo intervenuti in una guerra civile sostenendo una parte contro l’altra senza nemmeno sapere chi sono quelli che diciamo di sostenere.

E finanziamo la rivolta con decine di milioni di euro. Tutto questo non è nemmeno scritto nella risoluzione dell’Onu.

Senza nessuna legittimità noi puntiamo all’uccisione del capo di uno Stato sovrano. E questo assassinio, già eseguito contro uno dei suoi figli, viene pubblicamente auspicato e conclamato dai capi delle potenze occidentali di cui siamo alleati. Stiamo assistendo inerti a un ritorno alla barbarie.

La vergogna di questo atteggiamento infame deve essere distribuita equamente tra tutte le forze politiche italiane. Solo rare voci si levano a protestare. Il pacifismo è inerte e tace anch’esso.

Ma noi non possiamo accettare in silenzio tutto ciò. Non è in nostro nome che si uccide, violando ancora una volta la nostra Costituzione.

Noi non abbiamo voce, ma vogliamo parlare a chi è ancora in grado di ascoltare. Questa aggressione deve finire.

Primi firmatari:

Angelo Del Boca

Giulietto Chiesa

Massimo Fini

Maurizio Pallante

Fernando Rossi

Roberto Savio

Luigi Sertorio

Nicola Tranfaglia

Francesco Badalini

Marino Badiale

Monia Benini

Pier Paolo Dal Monte

Ermes Drigo

FERMARE L’AGGRESSIONE!

firma petizione:

http://www.petizioni24.com/fermare_laggressione_contro_la_libia

Di : Fermare l'aggressione!
martedì 14 Giugno 2011

domenica 12 giugno 2011

Vacanze estate 2011: le mete di viaggio più prenotate per le ferie

vacanze estate 2011

In tanti pensano alle mete delle vacanze estive, dove andare per l'estate e dove passare le ferie di luglio o agosto. Secondo una ricerca delle agenzie di viaggio online, per l'estate 2011 è cambiata la tipologia di viaggio a causa delle guerre in Nord Africa. Se fino all'anno scorso, l'estate era il periodo clou per i tanti italiani che partivano per Mar Rosso, Tunisia o Nord Africa in genere, quest'anno il trend sembra essere diverso; i disordini in Nord Africa, hanno fatto cambiare tipologia di viaggio a chi andrà in vacanza questa estate e cosi cambiano le idee di viaggio e ci si orienta verso altre mete.

Le ricerche in atto, hanno evidenziato che imprescindibile sarà la vacanza al mare, dove non importa, anche se l'Italia rimane salda in testa per via del mare invadibile, la possibilità di raggiungere le mete in auto e ovviamente il buon cibo. Manco a dirlo tra le destinazioni più prenotate, oltre all'Italia, troviamo la Spagna e la Grecia. I sondaggi anche hanno messo in luce le tipologia di vacanze in base al budget a disposizione, alle vacanze da passare in famiglia, con amici o in coppia; ogni target ha insomma il suo "tipo" di vacanza e di consegueza si cerca il tipo di offerta viaggi. Per chi le vacanze dell'estate 2011 vuole passarle all'estero e ha un budget limitato ecco che spuntano Spagna, Grecia e Turchia tra le mete low cost.

Addentrandoci più in la, un'idea in più la danno le prenotazioni effettuate che vedono grandi riscontri per le Isole della Grecia come Corfù, Santorini, Creta, Mykonos, ma anche Naxos e Lefkada new entry dell'estate 2011. Altra new entry è la Turchia che permette vacanze low cost. Per i nottambuli e festaioli rimangono in testa la Spagna Costa Brava, Ibiza, Formentera, Maiorca e Minorca. Altri dati, mettono in luce che chi va in vacanza in famiglia con bambini o coppie che cercano più intimità e relax opteranno per la Corsica e la Croazia. E l'Italia? Bhe, certamente si difende bene, con un alto numero di vacanzieri che decideranno di rimanere nel Bel Paese per le ferie estive: Sardegna per tutti, Sicilia per le famiglie e boom per la Puglia e il Salento con strutture e locali adatti per giovani e meno giovani e soprattutto un mare invidiabile.


con tuttonotizia.com

 

Nuovi pannelli Fotovoltaici

Mentre è ormai in vigore il Quarto Conto Energia, con le modifiche che hanno comportato una completa revisione del sistema e della quantizzazione degli incentivi, il settore del Fotovoltaico continua a consolidarsi, puntando al necessario miglioramento delle performance e dell'affidabilità dei prodotti, che sono le principali caratteristiche da ricercare nei pannelli FV, e che faranno sempre più la differenza nel mercato futuro.

Al recente Solarexpo2011, tenutosi presso la fiera di Verona dal 4 al 6 Maggio u.s., molte delle migliori realtà industriali del settore hanno presentato nuovi prodotti o aggiornamenti di quelli di maggior successo già in catalogo, puntando sul miglioramento tecnologico delle celle e dei componenti. Vediamo alcuni dei prodotti presentati.

Silfab, multinazionale italiana, specializzata in prodotti e sistemi integrati che abbracciano l'intera filiera del fotovoltaico, ha presentato lo SLA 255M, modulo in silicio monocristallino ad alta efficienza, con una potenza da nominale da 255W, costruito con 60 celle a 3 bus bar da 156×156 mm e dotato di un'efficienza del 15,6% e di una tolleranza sulla potenza di solo grado positivo, da 0 a + 5W, che permette di ridurre al minimo le perdite per mismatch nelle stringhe e ottenere la massima performance elettrica del sistema fotovoltaico. Questi moduli pesano solo 19 Kg ed hanno dimensioni pari a 1650x990x38mm.

Altra novità Silfab è stato il nuovo modulo Silux 245M, con una potenza nominale appunto pari a 245W, realizzato con 60 celle a 3 bus bar da 156×156 mm in silicio monocristallino. L'ampliamento degli spazi tra cella e cella e l'utilizzo di un backsheet trasparente sul retro, hanno permesso di ottenere un grado di trasparenza superiore al 20% e al contempo un'elevata efficienza di conversione. Come i moduli SLA 255M, anche i Silux 245 M hanno garanzia sul prodotto di tipo lineare, con un calo massimo dello 0,7% annuo dal secondo al venticinquesimo anno ed una conseguente incremento del 6,2% sulla producibilità energetica rispetto agli standard in commercio.

Conergy, gruppo internazionale di origine tedesca, ma con una ormai radicata filiale italiana, ha presentato i moduli Conergy PowerPlus in silicio cristallino, le cui prestazioni parlano di una curva di efficienza crescente al diminuire dell'irraggiamento nell'intervallo tra i 1000 e i 500 W/m2, comportamento che evidenzia un ottimo rendimento sotto il profilo della produzione energetica totale del modulo, garantito nel 98% della sua efficienza nominale. La qualità è talmente elevata che Conergy garantisce il 92% della potenza minima dopo 12 anni, anziché il più comune 90% dopo 10 anni, senza contare la robustezza, che permette di sostenere pressioni fino a 5.400 Pascal, cioè il peso di 11 uomini adulti.

Altro prodotto Conergy presentato di recente è la soluzione integrata denominata Conergy Complete 700, pensata per ottimizzare i componenti del sistema e perfezionare l'efficienza tra modulo-inverter e modulo-sistema di montaggio, semplificando in modo sensibile tutte le fasi di progettazione e di costruzione dell'impianto. Tra le caratteristiche innovative di Conergy Complete 700 spiccano le elevate prestazioni dei moduli con potenze fino a 360 Wp, il cui elevato grado di efficienza fa ottenere una resa del sistema ottimale anche in condizioni di scarsa illuminazione, a cui si aggiunge l'elevata flessibilità di progettazione, che permette di definire i componenti e di personalizzare le scelte di volta in volta, garantendo il dimensionamento ottimale dell'impianto.


con blog.lavoriincasa

 

Breaking Dawn: scene di sesso è Robert Pattinson e non controfigura

La polemica di questi giorni secondo la quale sarebbe stata ingaggiata una controfigura per le scene di sesso tra Edward e Bella nel terzo capitolo della Saga Twilight, Breaking Dawn parte I, viene definitivamente chiusa dal portavoce della casa di produzione Summit Entertainment che dichiara di non aver mai ingaggiato controfigure per quelle scene bollenti.

Il comunicato spiega inoltre che quanto avanzato dal sito Hollywoodlife secondo cui il fisico, ed in particolare la schiena, sarebbe di un altro attore e non di Pattinson, è falso. Robert avrebbe allenato il suo corpo e assunto una forma migliore.

 
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